Pescocostanzo

Descizione e storia

IMG 20170622 WA0011Pescocostanzo ha saputo recuperare l’antico ruolo, accreditandosi definitivamente come meta di turismo arte e cultura, oltre che di soggiorno estivo ed invernale. Tra immensi e silenziosi pascoli che sono alla base dell’insediamento umano e dello sviluppo dei centri sorti in questi luoghi, a 1.400 s.l.m. è situata Pescocostanzo. La lavorazione del merletto a tombolo, quella della filigrana e del ferro battuto, rappresentano un punto di forza dell’offerta turistica locale. Centro di antica origine e luogo di intensa civiltà, può vantare una favorevole temperie culturale, esemplata dall’eccezionale patrimonio di monumenti rinascimentali e barocchi a testimonianza della straordinaria vicenda artistica e culturale che sviluppò soprattutto tra il 1440 e 1700. La tradizione artigiana è riuscita a rimanere viva e a salvare il patrimonio di esperienza, capacità tecnica, stile e qualità.

L'Artigianato

La Filigrana

La filigrana (o filograna) è un genere di lavorazione dell'oro e dell'argento basata sull'intreccio e sulla saldatura, nei punti di collegamento, di sottili fili di metallo ritorto, o lamine, sagomati o spiralizzati per la formazione di arabeschi e disegni in genere disposti simmetricamente. La sua evoluzione artigianale risale presumibilmente all'artigianato greco. Partendo dal 2000/2500 a.C., la filigrana trova una definitiva tecnica di lavorazione presso gli Etruschi, in modo particolare con decorazioni di lamine in forma di fiori o profili geometrici inseriti simmetricamente, spirali ecc, specie nell'oreficeria religiosa, greca ed etrusca in un primo tempo, romana, barbara e musulmana successivamente. Non si conosce con precisione, però, ne la sua distribuzione geografica nelle zone sotto 1'influenza di quelle civiltà, ne la cronologia di sviluppo e di durata relative. Per quanto riguarda Pescocostanzo, vi sono da segnalare interessanti monili in argento con motivi filigranati, rinvenuti durante gli scavi archeologici in località Colle Riina, dopo l'apertura delle tre tombe longobarde rimaste intatte, i quali potrebbero offrire spunto a nuove ipotesi sull'importazione locale del tipo di lavorazione. Dopo una decadenza ( o fase poco documentata) di circa due secoli, la filigrana ha recuperato popolarità verso il XVI - XVII secolo a Genova e a Venezia (e forse Milano), per esplodere in realizzazioni folcloristiche verso il XIX secolo presso le popolazioni dell'Europa centrale e in Spagna.

Dall'Italia settentrionale essa è stata sicuramente esportata nel meridione, passando probabilmenteorafo2 per Napoli o Sulmona prima di arrivare a Pescostanzo. Si dovrebbe parlare di riesportazione, fermo restando il periodo di decadenza, nel caso in cui gli interrogativi suscitati dal ritrovamento a Colle Riina avessero qualche fondamento. In ogni caso, il primo riferimento all'attività orafa da parte del catasto generale del comune di Pescocostanzo risale all'anno 1748, nominativamente, e coincide col superamento di una fase critica dell'economia locale.orafo2 Di orafi in epoche precedenti ogni notizia è vaga. Caratteristica della filigrana tradizionale sono la lavorazione e la saldatura a mano, le quali, come si verifica per il tombolo eseguito con cuscino e fuselli anzichè a macchina, conferiscono al prodotto una morbidezza e un respiro inimitabili; tuttavia, non essendo facile di- stinguere a prima vista la fattura industriale (fusione) da quella artigiana (saldatura a mano) è opportuno informarsi sulla tecnica di lavorazione di un oggetto prima dell'acquisto. Rientrano nella tradizione anche figure o simboli ottenuti con placchette sagomate in oro assiemati per mezzo di spiraline o altri motivi filigranati. Un esempio tipico è la "presentosa", spilla filigranata in oro, in fase di rilancio da parte dell'oreficeria locale nelle varie versioni fin qui elaborate.

Nella tradizione rientrano ancora: "la cannatora", collana girocollo consistente in un'infilata di "vacura" in lamina stampata a sbalzo (semplice oppure arricchita con grani in oro detti "prescine"), di cui esiste anche una versione moderna; le "cecquaje", in genere orecchini e spille (di origine turca), lavorati a traforo (impreziositi a volte con pietre, cammei, corallo ecc.), riproducenti oggetti, figure o amuleti di ispirazione apotropaica; altre varie lavorazioni (ricorrendo anche alla cera persa), tra le quali gli "attacci" per sorreggere il filo di lana di pecora utilizzato per ricavare calze e maglie. L'uso dell'oro nella orafo3lavorazione di monili destinati all' abbigliamento e alla commemorazione è legato all'importanza che esso assume sin dall'antichità nel culto del suo potere magico o divino e della sua durevolezza. orafo3Nessuna meraviglia, quindi, che il suo culto abbia trasmigrato da aztechi, cinesi, egizi e greci alla nostra penisola e, progressivamente, alle sperdute lande degli Altopiani, quasi sicuramente per il tramite dei maestri lombardi. Salvo nuove scoperte. Nessuna meraviglia, ancora, che un centro evoluto come Pescocostanzo ne abbia fatto tesoro raggiungendo nel campo livelli di tutto riguardo. Vi sono nomi di orafi famosi nel passato, forse insuperabili, a cominciare dai Del Monaco, Falconio, Del Sole, Pitassi, ecc., a valle dei quali gli unici superstiti sono, verso gli inizi del XX secolo, le famiglie Domenicano e Tollis, depositarie di un patrimonio secolare di conoscenze. A costui hanno fatto seguito altri giovani che adottano tecniche a volte diverse.

Il Ferro battuto

La lavorazione del ferro battuto è un' attività tradizionale dell' artigianato pescolano. Si producevano e si producono tuttora ringhiere, lampadari, attrezzi per il camino, cancelli, testate da letto. ferro battutoNon esistono balconate o finestre che non siano arricchite dalla lavorazione in ferro. Una testimonianza pregevole di realizzazione artistica è la cancellata in ferro che chiude la Cappella della Collegiata. Essa fu ideata dall' architetto e scultore pescolano Norberto Cicco, autore anche della facciata dell' Annunziata di Sulmona. L'esecuzione è opera in gran parte del fabbro Sante di Rocco che la realizzò tra il 1699 e il 1705. Fu poi portata a termine da Ilario di Rocco, nipote di Sante ed esecutore anche della cancellata del Battistero della Collegiata, nel 1717. Nelle figure, angeliche o mostruose, nei putti, negli arabeschi di foglie che sormontano la cancellata si rivela non solo 1'ingegno di Sante, ma anche la sua straordinaria maestria nella lavorazione del metallo.

Non mancano perciò racconti leggendari creati dalla fantasia popolare sulla figura di questo artista. Si narra che un giorno in cui era stato a caccia nei boschi, si mise a sedere per consumare la colazione. Poggiò il fucile a terra, ma quando lo riprese si accorse che la canna si era piegata, perché era stata a contatto con una strana pianta. Capi di avere scoperto un segreto e, tornato a casa, cominciò a lavorare il ferro modellando il metallo con quella pianta trovata nel bosco. E così l’artigiano imparò a lavorare il ferro, ma a nessuno, nemmeno alla moglie, volle mai rilevare il segreto.

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Il Tombolo

Nonostante l'ausilio di informazioni ricavabili da sculture, pitture e vasi antichi, i quali confermano l'impiego di attrezzi di lavoro non dissimili da quelli in uso ancora oggi, e le testimonianze di storici e poeti dell'epoca, è difficile risalire alla fase di passaggio dalla lavorazione con l'ago a quella con i fuselli ("tammarieje"), verosimili eredi di ibridi evolutisi nel tempo. Da una prima testimonianza storica sulla predilezione per i merletti da parte di Caterina dei Medici, nel 1547, si passa alla leggenda tramandata dallo studioso francese Lefebure, il quale attribuisce a Venezia la primogenitura di un intreccio di fili che sarebbe stato eseguito con l'ausilio di piombini pendenti da una rete di pescatori, carica, oltre che di pesci, di un'alga con meravigliose ramificazioni pietrificate: l'antenato della trina a tombolo. I pochi scritti sull'argomento lasciano immaginare che la tecnica del fusello sia nata prima del Rinascimento e abbia raggiunto valori di vertice a Venezia, in anticipo rispetto alle altre zone che 1 'hanno adottata. Notizie sul merletto a tombolo si hanno anche da un documento della famiglia d'Este di Ferrara, nel 1476, e dal riferimento a una "striscia a dodici fusi" per lenzuolo, in un contratto stipulato a Milano.

La prima "officina" di merletti, che risulta nata a Venezia, raggiunge tali livelli di perfezione e decoro da promuovere una forte corrente di esportazione verso la Francia, inducendo il governo di quel paese a favorire l'espatrio di esperte trinaie veneziane per diffondere sul posto il tipo di lavorazione. I risultati dell'iniziativa sono così positivi che, col passare del tempo, "il point de France" viene preferito al "punto di Venezia". Tornando a Pescocostanzo, vi sarebbe da supporre che, data l'intraprendenza delle classi locali evolute,tomb2 l'artigianato del tombolo abbia tratto giovamento dai contatti con i principali centri di diffusione dell'epoca e cioe: -Milano, per il determinante apporto delle maestranze lombarde, a partire dal secolo XV (il dr. Gaetano Sabatini, storico di fama, ptomb2escolano, è un sostenitore di tale paternità); -Venezia, oltre che per i continui contatti con l'Aquila e l'influenza esercitata lungo le coste abruzzesi, ma forse anche per il rapporto di amicizia tra Caterina dei Medici e Vittoria Colonna. il cui contributo all'emancipazione pescolana potrebbe avere scavalcato la funzione politica in più di un caso.

Lucilla Less Arciello, pescolana d'elezione, sostiene questa seconda ipotesi in un suo pregevole lavoro intitolato "Cristalli di neve in una trina"; -Genova, che alcuni studiosi citano come patria del tombolo

. Qualunque sia l'ipotesi più attendibile, resta il fatto che la scuola pescolana diventa un fenomeno a se, un'industria e un patrimonio per l'intera collettività locale, in cui la famiglia si trasforma in laboratorio artigiano: ogni bambina, appena possibile, viene iniziata al tombolo mediante l'esecuzione graduale della "sceda"(scheda), che fissa le nozioni basilari di questa arte; ogni giovanetta in età da marito 

possiede un corredo principesco di tovaglie. tovaglioli, fazzoletti, lenzuola, centri, pizzi, merletti, che assumono nomi dialettali diversi a seconda del punto o della complessità della figura in cui la fantasia ha sempre la sua parte. Tenendo anche presente che il merletto a tombolo coinvolge altri artigiani: il sarto per la preparazione del "cuscino" (il tombolo) e per l'imbottitura con erba falasca; il falegname per la realizzazione dei fuselli ("tammarieje") in legno di noce, pero o ulivo stagionato, e dell.apposito cavalletto di supporto del tombolo; il disegnatore per l'elaborazione dei modelli. i quali richiedono una profonda conoscenza delle tecniche di lavorazione.

Chiese e cappelle private, palazzi patrizi e case sono arredati con “pezzi” di valore. Nei primi due casi si tratta di doni. Durante l'ultima guerra, i tedeschi, che ne fecero bottino, manifestarono apertamente la
loro meraviglia per le ricchezze e la varietà di quel patrimonio, nel quale figuravano, oltre a merletti in seta, esecuzioni con fili d'oro e d'argento. I merletti di Pescocostanzo, la cui compattezza di tessitura non ha uguali in un vasto circondario (Marche incluse) e i cui disegni sono a volte autentiche rarità o esclusiva di qualche trinaia o famiglia, fanno oggi splendida figura nelle esposizioni di industrie tessili italiane ed estere. Buona parte del merito va assegnato alla specializzazione e all'inventiva dei disegnatori locali. L'odierno merletto a macchina, per quanto ineccepibile nella esecuzione, non potrà mai competere con la morbidezza e il calore della lavorazione a mano se non per motivi di costo di produzione, così che, non trattandosi di lavoro su base industriale ogni pezzo è da considerare un "unicum". Da qualche anno sono visitabili la Scuola del Merletto a Tombolo e il relativo museo realizzati dal Comune nel palazzo Fanzago, in piazza Municipio.

Il piccolo borgo è situato nella provincia dell’Aquila, appartiene al club più belli d'Italia.

Il paesino, formato da abitazioni risalenti al XV e XVI secolo, domina la conca di prati dell’altopiano del Quarto Grande dalle pendici del monte Calvario.
L’economia di base del borgo, in passato,era di tipo artigianale; l’attività artigianale del merletto a tombalo, filigrana, ferro battuto e intaglio del legno era fondamentale oggi l’economia di base è di tipo turistica perché centro di villeggiatura nel periodo della stagione invernale per la presenza di impianti sciistici.

Molto interessante è la Festa degli antichi mestieri che si tiene tutti gli anni nel paese con una grande partecipazione della popolazione locale molto legata alle tradizioni, la Festa degli Gnomi e durante la stagione estiva l'Estate di Pescocostanzo con presenza di stand enogastronomici e prodotti artigianali durante la quale ci sono concerti, esibizioni che comprendono molti giovani.

MONUMENTI ED EDIFICI STORICI

Il Palazzo Fanzago è uno dei due palazzetti monumentali di Pescocostanzo, borgo barocco dell'Abruzzo situato in provincia dell'Aquila.

Si tratta di una struttura seicentesca, risalente più precisamente all'anno 1624, e caratterizzata da una ricca facciata a nicchie, che sostituiscono i classici finestroni, in numero di sei sul piano nobile, decorate con timpani classici e adornate da decorazioni in pietra di gusto barocco.

Le nicchie vennero inserite a posto delle finestre, in quanto la struttura, fin dalla sua origine, venne utilizzata come convento di clausura, ospitando le religiose dell'Ordine di Santa Scolastica.

Attualmente, nei pressi del Palazzo Fanzago sono ospitati i locali del Museo dell'artigianato artistico e della scuola di tombolo, lavorazione sartoriale di fino molto diffusa tra l'Abruzzo e il Molise, e di particolare interesse storico-culturale.

Palazzo Grilli è, insieme al Palazzo Fanzago, una delle due residenze storiche più importanti di Pescocostanzo, borgo situato in territorio di alta montagna nell'Abruzzo centrale.

Si tratta, come appunto il Fanzago, di una struttura di epoca seicentesca, forse costruito nella seconda parte del XVII secolo, ma caratterizzato, differentemente dal ben diffuso stile barocco dell'epoca, da una planimetria piuttosto classicheggiante, frutto di una precisa scelta stilistica e funzionale.

Infatti, il Palazzo Grilli venne realizzato con il preciso intento di risultare difficilmente espugnabile, e dunque a scopo prevalentemente difensivo; ciò è dimostrato dalla presenza, ai quattro angoli, di strette torrette difensive, prive di merlatura e aperte solo da piccole finestre rettangolari a scopo di osservazione.

Il palazzo rimase protetto anche durante un assalto del 1674, che è ricordato dalla permanenza, nella parte orientale, di un portale annerito da un incendio.

Basilica Santa Maria del Colle - Pescocostanzo

IMG 1281La Basilica di S. Maria del Colle, l'antica Collegiata, è una delle chiese più interessanti d'Abruzzo. Sorge sul luogo in cui già dal secolo XI preesisteva un primo nucleo religioso. Fu riedificata nel 1466, con nuova configurazione a cinque navate, dopo il terremoto del 5 dicembre 1456, che arrecò gravi danni all'abitato e danneggiò anche la chiesa. La Collegiata subì nuovi ampliamenti nel secolo successivo. Una straordinaria varietà di forme, arredi, materiali impiegati e strutture, che nel corso dei secoli sono andate stratificandosi all'interno dell'edificio, fanno di questo luogo un vero è proprio museo, ricco d'opere d'arte da scoprire. Vi si accede dalla scenografica scalinata (1580) che porta all'ingresso laterale (a nord), con un importante portale in stile tardo romanico (sec. XV). Sulla facciata frontale (ad est) si apre invece un classico portale rinascimentale (1588). L'invaso spaziale presenta una grandiosa architettura, che può definirsi romanico - rinascimentale, a pilastri ed archi in pietra. Le cinque grandi navi, in cui è diviso l'ambiente, sono interamente coperte da stupendi soffitti a cassettoni di legno scolpito: quello centrale realizzato tra il 1671-80 e i due intermedi (1742), sono stuccati in oro e incorniciano numerose tele di pregio. A sinistra, entrando, v'è il battistero, con fonte battesimale (sec. XVIII) in tarsia mormorea (1753) e un fine cancello di ferro battuto, realizzato da Ilario di Rocco, nipote di Santo di Rocco, l'artista cui si deve la monumentale cancellata che chiude la Cappella del SS. Sacramento. La grande opera realizzata da Santo di Rocco tra il 1699 e il 1705 e terminata dal nipote Ilario nel 1717, è senz'altro il pezzo più celebre della Basilica. Sulla parete di controfacciata è addossata la cantoria di Bartolomeo Balcone (1619) autore anche dell'elegante pulpito ligneo, dei primi del '600, che avvolge uno dei pilastri della nave centrale. Tutt'intorno le pareti sono distribuiti stupendi altari in pietra, in legno, in marmo dei secoli XV-XVIII, dalle ancone di solito a colonne, ricche di sculture, e dai paliotti in tarsia marmorea policroma, realizzati da abili maestri pescolani. In fondo alla navata mediana di destra spicca il secentesco altare della Madonna del Colle (il cui dossale è attribuito a Palmerio Grasso), con la statua lignea policroma della Madonna (sec. XIII), raro esempio di arte medievale abruzzese. Notevoli anche le altre opere di statuaria che la chiesa conserva: S. Caterina, scultura lignea policroma del sec. XIV, S. Pietro e San Giovanni, sculture lignee del sec. XV, la "Madonna con bambino" in terracotta dipinta del sec. XV ". Si segnalano tra le opere pittoriche: la pala dell'altare di S. Caterina, dipinta nel 1614 da Tanzio da Varallo, famoso pittore lombardo; la "Sacra Famiglia" di Francesco Peresi (1708) e la "Madonna del Rosario" di Paolo Cardone (1580), pale degli altari omonimi nella Cappella del Sacramento; la "Gloria del Paradiso" (1721) di Giambattista Gamba, nella stessa Cappella, su precedente affresco di Francesco Antonio Borsillo da Larino (1694). Nei locali restaurati della Sacrestia è in allestimento uno spazio-museo di arte sacra, che raccoglie preziosi calici dal Tre al Settecento, paramenti sacri di valore ed altre importanti opere d'arte che la Basilica di Santa Maria del Colle possiede.

Il Bosco di S. Antonio è da sempre sinonimo di paesaggi fiabeschi. Considerato in età classica un lucus, cioè una foresta sacra dedicata a Giove, nel medioevo fu consacrato a S. Antonio. Il bosco si estende per 550 ettari su una zona sottratta al taglio degli alberi per garantire luoghi di riparo al bestiame. Grazie a questo divieto e alla tecnica di potatura detta “capitozzatura”, gli alberi raggiungono dimensioni monumentali e forme a candelabro. Oltre al Faggio, vi crescono esemplari di Acero, Quercia, Pero selvatico, Tasso, Agrifoglio, Cerro e il raro Pero cordato e vi abitano specie animali pregiate come il Picchio dorsobianco, il Picchio dalmatino, la Balia dal collare, il Lupo, l’Orso e il Gatto selvatico. L’itinerario permette di godere osservare questo ambiente unico, si può anche raggiungere l’eremo di S. Antonio per poi rientrare nel bosco. 

Ai piedi della Majella, il Bosco di Sant’Antonio è una foresta lussureggiante che ospita al suo interno un’area pic-nic da cui partono vari itinerari escursionisti, tra cui il Sentiero Didattico n. 10, adatto a tutti. Con circuito ad anello, il sentiero parte dall’area di sosta, vicino al Villaggio di Sant’Antonio, attraversa la foresta, giunge all’Eremo di Sant’Antonio, per poi risalire con lieve pendenza all’interno del bosco e tornare all’area pic-nic. Quest’ultima è situata lungo la strada che da Rivisondoli e Pescocostanzo porta a Cansano e Sulmona.

Senza alcuna difficoltà particolare, il sentiero permette a tutti di godere della bellezza di un bosco pluricentenario, caratterizzato dalla presenza di alberi colossali, veri e propri monumenti naturali. Il Bosco è situato in località “La Difesa”, a testimoniare il divieto di taglio e di pascolo che vigeva in passato, che ha consentito di preservare l’area. La presenza di pannelli esplicativi rende l’escursione ancora più curiosa per i bambini. Inoltre, l’itinerario è praticabile in ogni stagione: in primavera e in estate si può godere del risveglio della foresta, del fresco, del suo verde rigoglioso; in autunno, il “foliage”, i colori caldi degli alberi, le sfumature delle foglie che iniziano a cadere sono una delizia per gli occhi e per il cuore; in inverno, i sentieri possono essere percorsi con le ciaspole, noleggiabili presso il chiosco adiacente l’area pic-nic.

L’accompagnatore si documenta!

Il sentiero presenta in tutto una lunghezza di poco meno di 2 km; poco più di un’ora è sufficiente per percorrerlo, con un dislivello massimo di poco più di 40 metri (l’altitudine media del Bosco è di circa 1340 m). Questa regione ci rivela sempre più le sue bellissime, inaspettate sfaccettature: il bosco si trova situato nel cuore di un enorme, selvaggio pianoro, costellato di rade case e di fattorie, mentre il Porrara domina con la sua lunga cresta dall’alto dei suoi oltre 2000 metri. Anche la foresta è una rivelazione: caratterizzata da ampi spazi nel sottobosco, il sentiero penetra al suo interno, accompagnando alla visione di esemplari di faggio e di acero davvero maestosi. Per i bambini questo ambiente rappresenta certamente fonte di incanto e di meraviglia e, magari, li introduce a qualcosa per loro di insolito e di curioso. Tra l’altro, la buona manutenzione del sentiero , unita al fatto che lo stesso penetra in alcuni tratti in porzioni davvero fitte di bosco e sottobosco, può trasformare l’escursione in un vero e proprio gioco in cui il bambino, cercando i vari segnavia bianco-rossi su tronchi e pietre, si troverà improvvisamente alla guida del gruppo, fiero ed eccitato: senza che nessuno lo avesse programmato, il Bosco di Sant’Antonio è stato il teatro della prima lezione di orientamento sul campo di nostro figlio, contento e orgoglioso!

A seconda della stagione occorre fare attenzione soltanto ad alcuni tratti di sentiero alquanto infangati, che coincidono con una mulattiera che diventa subito dopo una sterrata fino all’Eremo; potrebbe essere quindi necessario proseguire parallelamente alla mulattiera stessa per un breve tratto, al fine di evitare di sporcarsi o di rimanere “impantanati”. Abbiamo raggiunto la chiesetta, purtroppo chiusa, sul limitare del bosco e sulla sterrata che, proseguendo, si dirige verso la strada. Il nostro cammino ha ripreso all’interno della foresta con lieve salita, proprio frontalmente rispetto all’Eremo, tuffandosi nella sua porzione di sottobosco più fitto. Si sale dolcemente e si attraversa anche una piccola radura, facendo attenzione ad alcuni brevissimi tratti in cui la vegetazione ha apparentemente nascosto i segnavia (ulteriore eccitazione per la lezione di orientamento!). Poi, scendendo da un lieve crinale, ci si rituffa nel cuore del bosco, abbracciati da una delle sue parti più maestose, popolata da patriarchi talvolta squarciati dal loro stesso peso o da qualche fulmine irrispettoso.

In un quadro di vero e proprio stupore per la bellezza di questo luogo, resa ancora più incantevole dai colori delle foglie autunnali, si giunge nuovamente all’area pic-nic, dove anche i pupi trasportati nello zaino potranno essere “liberati” e lasciati liberi di scorrazzare in libertà.

Il Bosco di sant’Antonio è senz’altro una destinazione escursionistica che lascerà soddisfatti tutti i componenti della famiglia, dal più piccolo al più grande e che, per giunta, offre anche la possibilità di visitare i graziosi borghi della zona, primo fra tutti Pescocostanzo.

 

GROTTA - EREMO DI SAN MICHELE - PESCOCOSTANZO

Chiesa rupestre del sec. XII/XIII (grotta-eremo). Si apre a 1.266 m s.l.m. ai piedi di una rupe che s'affaccia sul Quarto Grande, pendici del monte Pizzalto in località Pedicagna, di fronte a Colle Riina dove sono state rinvenute tombe longobarde. Unico insediamento di questo tipo sugli Altipiani Maggiori che compare una prima volta nel 1183 in una Bolla di papa Lucio III. Ha un fronte ad angolo. La facciata principale chiude la grotta dove è ricavato il vano chiesa. La facciata laterale più piccola chiude invece la zona romitorio (spazio abitativo). Probabilmente trattasi di un preesistente luogo di culto italico - romano, dedicato ad Ercole, di cui era molto diffuso il culto nell'area Peligna. Successivamente, con il diffondersi del Cristianesimo ma soprattutto con la presenza dei Longobardi nell'area, esso fu dedicato a San Michele Arcangelo, protettore del popolo germanico. Esempio quindi di sovrapposizione agli antichi culti pagani dei nuovi culti cristiani. L'interno è pavimentato con lastre in pietra e presenta un fine lavoro in pietra bianca locale, quello della balaustra, che chiude la zona presbiteriale, dove sul fondo rimane un piccolo altare ed una nicchia nella quale era la statua di San Michele Arcangelo. Netto il contrasto tra la struttura rustica della volta e i fini intarsi dell'opera. (L7)

Eremo di San Michele Arcangelo

Comune:  Pescocostanzo

Tipologia:  Eremo/ Chiesa romitorio

Come arrivare:  A24/A25 RM-PE uscita Sulmona-Pratola Peligna/ proseguire lungo la SS 17 direzione Roccaraso/ Rivisondoli/ Pescocostanzo da Napoli: A1 NA-RM uscita Caianello/ seguire indicazioni per Castel di Sangro/ Roccaraso /Rivisondoli/ Pescocostanzo

A pochi chilometri dal paese di Pescocostanzo, alle pendici del Monte Pizzalto e vicino al tratturo proveniente dalla Valle Peligna, si trova la grotta-eremo di San Michele Arcangelo. Le prime notizie sul romitorio risalgono al 1183 e provengono dalla Bolla di papa Lucio III; non è comunque da escludersi un'origine più antica, sia per la posizione posta sulla via di transumanza sia per la vicinanza alla sorgente. In un'iscrizione cassinese del 1066 vengono nominate, per la zona di Pescocostanzo, ben 13 celle, facendo ipotizzare una naturale destinazione per chi scegliesse la vita ascetica. Scavato ai piedi di un banco roccioso, l'edificio presenta un fronte ad angolo, con il lato maggiore di circa 13 metri e quello minore di circa 5 metri. Il primo chiude la zona cultuale mentre il secondo quella abitativa. Sul lato principale si aprono due porte: la più ricca ed importante immette nella chiesa mentre quella secondaria, posta sul lato destro, conduce ad un vano laterale adibito a cappella funebre della famiglia Ricciardelli. Fra le due porte è stata ricavata una grande nicchia ad arco a tutto sesto, dove sono ancora visibili tracce di intonaco dipinto. Sull'architrave della porta principale è riportata l'iscrizione del restauro: SUMPTIBUS HAS PROPIIS PORTAS/ POSTESQUE BUBULCI/ ERECTAS DICANT ANGELE DIVE TIBI/ A.D. MDXCVIII. Più in basso si legge: BENEFATTORI BRAMOSI BENEFICA. Sull'arco della nicchia si trova invece la scritta: CONFALONIERE CELESTE CUSTODISCICI. La porta secondaria reca infine l'iscrizione : DUCE DIVINO DA DANNI DIFENDICI. L'ingresso principale è fiancheggiato da due piccole finestre a strombo; quello secondario ha una piccola luce con ampia cornice in pietra bianca su cui è stato inciso: LE LEGGEREZZE LASCI LEAL LETIZIA/ INIMICI IMPLICATI ISDEGNA INTENDERE/ GRAVATI GEMENDO GIUSTIFICATEVI. L'interno della chiesa è completamente pavimentato con larghe lastre di pietra che creano contrasto con la volta rocciosa non rifinita. Una lunga balaustra in pietra finemente lavorata chiude la parte più interna della grotta. A destra dell'ingresso una piccola colonna faceva da piede ad un'acquasantiera. Tutte le parti in pietra della grotta sono state restaurate negli ultimi anni dalla Soprintendenza. Nella zona presbiteriale si conservano i resti di un piccolo altare, obliquo rispetto all'asse della balaustra, e una piccola nicchia ricavata sopra un basso podio che anticamente ospitava la statuetta del Santo, ora custodita nella chiesa della Madonna del Rosario. La statuetta, probabilmente un ex voto, è scolpita in pietra locale e in stile semplice. Nella chiesa si conservano numerosi resti di lastre marmoree realizzate ad intarsio che dovevano rivestire l'altare; questo genere di decorazione è presente in molte chiese di Pescocostanzo. Tutto il perimetro presbiteriale è percorso da un basso sedile ricavato nella roccia, mentre sul lato sinistro, poco fuori dal presbiterio è posto il loculo di una sepoltura di cui non si ha nessuna indicazione. Sopra di esso un grande foro, ora murato, venne scavato dai tedeschi come uscita di sicurezza. La stanza adiacente presenta nell'angolo la sepoltura di Bartolomeo Ricciardelli del 1855 ed una lapide in ricordo di Giosafatte Ricciardelli del 1881. La parte abitativa è composta da due piani. Il piano superiore, posto sullo stesso livello della chiesa, comprende due piccole stanze ricavate nella roccia, comunicanti tramite una porta in pietra che reca l'iscrizione: FATICHE FREQUENTATE FORTIFICANO. La prima stanza è coperta con volta a botte, ha due finestre a strombo, una botola per scendere al piano inferiore e una piccola nicchia rotonda; al suo interno si conservano i resti di un sedile in pietra che corre lungo tutta la parete. La seconda, di piccole dimensioni, presenta una volta piana ed una sola finestra. Al piano inferiore, composto anch'esso da due stanze, si può accedere dal piano superiore tramite la botola oppure mediante una piccola porta. La zona abitativa, secondo la tradizione popolare, venne realizzata come ricovero di pastori transumanti, notizia confermata dalla vicinanza al tratturo e alla località "Il Riposo", dove facevano sosta le greggi.

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SITOGRAFIA

http://conoscere.abruzzoturismo.it/index.php?Canale=Dove&IDCanaleSub=29&IDCanaleSubSub=0&IDItem=1532&ItemType=BC

https://www.paesionline.it/italia/guida-pescocostanzo

http://www.comune.pescocostanzo.aq.it/

http://www.parcomajella.it/visita-il-parco/sentieri-e-itinerari/sentieri-e-itinerari/sentieristica/sentieri-per-famiglia/sentiero-per-famiglie-n-10-bosco-di-santantonio-pescocostanzo/#sthash.yMzeoHiO.dpuf

http://conoscere.abruzzoturismo.it/index.php?Canale=Cosa&IDCanaleSub=6&IDCanaleSubSub=45&IDItem=1533&ItemType=BA

http://www.regione.abruzzo.it/xCultura/index.asp?modello=eremoAQ&servizio=xList&stileDiv=monoLeft&template=intIndex&b=menuErem2703&tom=703